Salute emozionale e strategie di contrasto al razzismo social ai tempi di Matteo Salvini (e Luca Morisi)

Matteo Salvini

 

“Se ci siete io ci sono”, “Chi sta con me?”, “Amici, ancora qualche minuto con voi”.
Se un nostro amico si comportasse così sui social, forse gli consiglieremmo di farsi una vita, passare più tempo con la sua ragazza o di staccarsi da internet per un po’!

Ma sarà davvero amicizia quella che il nostro attuale Ministro dell’Interno chiede alla gente?

Partiamo da alcune premesse:

1. Il razzismo non è nato oggi, né ieri, né l’altro ieri. Tuttavia, potremmo registrare una diffusa consapevolezza della sua gravità tra chi prima di questo governo dava per scontato che avessimo anticorpi più potenti. Una volta verificato che si tratti di un razzismo oltre che profondamente reale, anche mediatico, dovremmo capire come combatterlo pure su questo fronte.

2. Salvini non è uno stupido. Tutto ciò che la sua persona esprime pubblicamente, corpo fisico e identità virtuale (ossessione per certi concetti, ripetizione di parole/hashtag, felpe, errori grammaticali, il suo torso nudo), è frutto di una strategia. Niente è lasciato al caso. Diciamo forse una cosa ovvia per qualcuno, ma non per molti.

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3. Non sottovalutiamo nemmeno il suo social media manager: Luca Morisi (Digital philosopher!). Morisi gestisce uno staff di una decina di persone che è sostanzialmente una poderosa macchina di propaganda studiata sul modello Trump. Facebook è il principale campo di battaglia, come racconta in un’intervista: «Noi ci concentriamo su Facebook, per un motivo molto semplice: In Italia, il popolo sta lì. E noi andiamo a prendercelo», spiega Morisi. Più precisamente Morisi ricerca, tra il popolo, l'”uomo della strada”. Ma non un uomo qualunque: aggressività, virilità ostentata, arroganza, bullismo, in sostanza un profilo che incarni mascolinità tossica, e che abbia agi(bi)lità e potenza tale da diffondersi per osmosi anche in altri soggetti. E’ ciò che cercano e di cui hanno bisogno per foraggiare lo scopo. Lavorano insieme da anni, il meccanismo è rodato: al momento quella di Salvini è tra le pagine Facebook su cui si verificano più interazioni al mondo.

              Dicevamo: tutto risponde a una strategia. Persino l’attuale stato emozionale del paese è qualcosa di indotto. Hanno pagato fior fior di esperti per ottenere come risultato milioni di persone con lo stomaco in subbuglio, uno spirito patriottico discutibile, una pessima gestione della rabbia e l’idea del grilletto facile.
Irascibilità estrema, percezione di una invasione migrante, tendenza alla discriminazione, sentimento di entitlement, disprezzo per la conoscenza, rifiuto del dialogo e dell’approfondimento: tutti risultati previsti e attesi. Percentuali molto alte di utenti potrebbero iniziare a considerarsi parte lesa, se riuscissero a riconoscere il danno fatto alla loro capacità di interpretazione della realtà.
Un vocabolario (analizzato qui da Leonardo Bianchi), una sceneggiatura, una narrazione strumentale e funzionale della realtà, tutto il materiale necessario è prontamente fornito da personale spesso al soldo delle destre che agisce indisturbato e protetto dall’anonimato. Niente che non stia succedendo in altri posti d’Europa e del mondo, ma forse per questo ancora più spaventoso e pericoloso.

              Ipotizziamo che questo accento posto da Salvini sulla salute mentale, in alcuni dei suoi tweet, ad esempio, non sia casuale. Un bombardamento mediatico di tale intensità è davvero sostenibile sul lungo termine? Non sarà che sono previsti forti segni di cedimento? Patologie più o meno gravi, esaurimenti nervosi, disturbi del sonno, ansie generalizzate, paranoia costante, non sono reazioni così inspiegabili se le inscriviamo in questo momento storico. Troppa fantascienza o uno scenario possibile in un paese già devastato psicologicamente da anni di crisi? Avessimo la capacità di attenzione per riconoscere già oggi lo stato mentale collettivo del Paese, non ci sarebbe davvero nulla di confortante

ANCHE L’ANTIRAZZISMO NON STA TROPPO BENE

Se siete dal primo momento tra i preoccupati per l’aria che tira, forse siamo anche pronti a condurre insieme una critica profonda sui nostri comportamenti in rete.
In un interessante incontro su guerriglia comunicativa, tenutosi a Barcellona, il formatore sintetizzava: il potere negli ultimi anni ha scoperto i linguaggi della comunicazione sovversiva dal basso e li ha fatti propri, ma con molte più risorse a disposizione. I codici alternativi, il subvertising, le identità false, non sono più strumento soltanto di chi lavora sulla decostruzione dei linguaggi o di chi vuole attaccare il potere. Per questo battersi sul piano della comunicazione è diventato infinitamente più difficile. Prendiamone atto.
Difficile, ma non impossibile. Parlando sempre dell’ambito virtuale, dobbiamo almeno provare a fare uno sforzo che duri un po’ di più di una condivisione per capire il perché di tanto seguito.

Il sarcasmo non basta

               Prendere in giro Salvini, hackerare i suoi post, controbattere con sarcasmo, fabbricare contro-meme, queste azioni possono dare una fugace soddisfazione, l’illusione di aver contribuito a screditarlo, ma strategicamente – tenendo in conto la prospettiva di voler buttare giù questo governo e non di farsi quattro risate online – sono spesso fallimentari. Amplificare i messaggi che partono dai suoi canali, anche in negativo, nella dinamica di un social network commerciale, significa sfondare l’algoritmo che lo relega ad essere visibile soltanto a una parte di mondo virtuale e di fatto dare ai suoi post una propulsione praticamente gratuita, dunque la possibilità di setacciare più profondamente angoli remoti alla ricerca di altri sostenitori. Lo si può verificare in una qualsiasi delle interviste online a Morisi quanto se la ridano, dietro le quinte, per tutta la pubblicità gratis che arriva dalla sinistra.
Cosa possiamo fare? Stare a guardare? Di sicuro inventare altri modi, altri spazi e altri tempi per sovvertire il potere. Nel frattempo prendiamoci il tempo per fare una valutazione complessa:

Prendiamo atto del contesto

Senza vittimizzare troppo, è possibile considerare che una larga percentuale di persone sia stata sorpresa nelle sue vulnerabilità, risultato di anni di tagli alla cultura, all’educazione, alle necessità di chi non ha possibilità di emanciparsi autonomamente dalla propria condizione sociale?

Riconosciamo il privilegio

             Studiare, viaggiare, leggere libri e quotidiani, avere strumenti per capire le notizie alla tv, frequentare amiche e amici di altre culture, con altri modi di vivere, che parlino altre lingue, insieme cui problematizzare il mondo, che mantengano sveglio e attivo il proprio spirito critico, entrare a contatto con educatori validi, modelli positivi, che riescano a trasmettere valori che facciano tessuto sociale: tutti questi sono privilegi. Ovvero, se non nasci in queste condizioni e l’ambiente circostante non ti spinge particolarmente a svilupparle, non è detto che tu riesca ad accedervi.
E se nel caso, per indole personale, ti andasse di approfondire, studiare, conoscere, non è detto che tu possa raggiungere con facilità ciò che cerchi.
Milioni di persone in Italia, al momento, vivono questa condizione di svantaggio. Estrema povertà emozionale e culturale. Non è scontato dire che chi conosce la povertà materiale sia più propenso a sviluppare un senso di solidarietà con gli ultimi del mondo, ma stanno lavorando anche per distruggere questo.
Chi rimane fuori dalla solidarietà ed è abbandonato al suo destino, dunque, è esattamente il target di Salvini: è a queste persone che si affanna tanto a vendere l’invasione di immigrati come causa di tutte le privazioni.

Esacerbare la polarizzazione ammazza il dialogo

           La possibilità che un giorno, magicamente, ci si possa emancipare dalle cause reali della propria povertà senza un minimo di supporto, un processo di consapevolezza individuale o collettivo, è abbastanza remota.
Come avremo notato in centinaia di scambi online, è inutile appellarsi persino ai diritti umani: sono saltati tutti i riferimenti minimi comuni. Discutere è frustrante, e perdere le staffe davanti agli ultras del governo del “cambiamento”, la cosa più facile del mondo, ma se pensiamo di avere a che fare con una persona confusa e spaesata, che non sia un troll di professione o qualcuno in posizioni di potere, o che faccia parte della destra più o meno organizzata coi suoi tornaconti ben studiati, forse vale la pena spendere un secondo in più per aprire uno spazio di dialogo?

Chi ha privilegi non ne abusi

         Un attimo prima di cadere nell’insulto, facciamo un tentativo di avvicinamento: potrebbe esserci ancora un minimo di margine prima che il nostro interlocutore decida di abbracciare incondizionatamente una cultura politica mortifera.
In troppi in rete usano i propri privilegi per denigrare, esercitare arroganza, mostrare la propria intelligenza per alienare il prossimo, usare le proprie conoscenze per escludere anziché includere. Ce n’è davvero così bisogno? Proviamo per una volta a comportarci diversamente, a condividere strumenti e saperi, a rispolverare l’empatia, a evidenziare similarità e non differenze. Manteniamo fino a quando possibile una comunicazione non ostile, qualsiasi cosa possa essere utile a fare un passo di comprensione e decostruzione dei messaggi. Non è assolutamente facile, non è sempre possibile, ma, in molti casi, è giusto provarci.

La salute emozionale è importante

          Se il potere auspica a un’estrema polarizzazione, all’assenza di complessità, alla morte del dialogo, all’estremizzazione della rabbia, gli stiamo facilmente concedendo tutto questo, anche da sinistra. A partire dalle più superficiali forme di resistenza online – dal selfie alla condivisione intrisa di preoccupazione, ma a volte poca sostanza organizzativa alle spalle – fino ad arrivare all’attivismo dei movimenti e delle realtà antisistema, è innegabile che il livello di salute emozionale sia scarsissimo.
Siamo concentrati ancora e soltanto sui social network: in che modo pensiamo di cambiare in meglio la società se anche tra chi dedica a questo scopo una parte rilevante del suo tempo, si evidenzia una preoccupante incapacità di gestire una discussione? Non sarà che l’assenza di una autocritica interiore/personale sta compromettendo anche l’efficacia delle azioni di chi ha più strumenti di lettura della realtà? Cosa possiamo fare per recuperare terreni di dialogo?

Dove sono le buone pratiche da seguire?

          Studio, organizzazione, pedagogia, educazione, attivismo, questo andrà attuato nelle scuole, nelle famiglie, per le strade, negli spazi sociali, c’è chi si sta organizzando, c’è chi lo fa da sempre, c’è chi anche mantiene ben chiaro come tutto ciò faccia parte di un disegno molto più grande, che va ben oltre i confini italiani. Se ne abbiamo la possibilità, e se abbiamo scelto di usare i social media commerciali, diamo spazio e tempo a chi ottiene risultati positivi anche minimi, portiamo esempi, valorizziamo e seguiamo percorsi differenti dall’agenda dettata quotidianamente da giornali e media acritici o in cerca di visualizzazioni. Lamentarsi, preoccuparsi, indignarsi, discutere senza sosta, serve, ma fino a un certo punto. Ci sentiamo buoni e giusti, ma non progrediamo di un millimetro, cosa c’è che non va?

        In ambito europeo (e istituzionale e giornalistico), l’esempio più virtuoso di resistenza alla manipolazione online sembra arrivare dalla Finlandia e dal suo sistema educativo all’avanguardia. Innanzitutto non è possibile pubblicare una notizia falsa senza che la sua smentita abbia la stessa rilevanza. Giornali e siti sono costretti a dare alle rettifiche esattamente lo stesso spazio che hanno dato in precedenza alla notizia non verificata. Questo succede grazie a un codice di autoregolamentazione dei mass media in vigore dal 1968. Inoltre, leggiamo qui: “Il governo finlandese ha sottoposto un centinaio dei propri funzionari a corsi di formazione specifici contro la disinformazione e ha istituito nelle scuole lezioni, tenute da giornalisti, su cosa significa fare il giornalista e su come evitare le fake news, insegnando non solo agli studenti, ma anche ai docenti e ai genitori degli studenti, a leggere le notizie con attenzione e ad esercitare il proprio senso critico. Anche questi non sembrano passi particolarmente fantascientifici, costosi o applicabili soltanto in quel paese. I risultati non sono mancati: secondo un sondaggio, solo l’1% degli studenti fra 13 e 15 anni (quindi in una fascia d’età particolarmente vulnerabile alle fake news semplicemente per inesperienza) considera attendibili le fonti di notizie cosiddette “alternative”.

Anche l’antirazzismo può essere razzista

          Questo è difficile da digerire, ma anche le buone intenzioni possono essere razziste. L’uso strumentale che facciamo delle immagini tragiche, la spersonalizzazione che mettiamo in atto ogni volta che parliamo di migranti (se per “gli altri” sono tutti cattivi, per “noi” sono tutti buoni), occupare costantemente lo spazio di parola delle vittime o dei soggetti vulnerabilizzati: da bianchi europei, più o meno privilegiati, non possiamo liberarci facilmente del nostro occhio viziato. Anche partendo dai più nobili principi, necessitiamo di studio, attivismo, pratica e conoscenza che non si possono improvvisare con un post su facebook. Prima di agire in difesa di un soggetto che in quel momento non ha parola, una buona domanda da farsi potrebbe essere “chi soffrirà le conseguenze delle mie azioni?”

             E anche se l’ultimo punto è ciò che meriterebbe più spazio e tempo, c’è poco da aggiungere per ora. Sono tutti spunti aperti. E’ chiaro quanto questa trattazione manchi di un approfondimento storico/politico, ma la proposta è di rendere evidente l’importanza di dinamiche online che pure contribuiscono a determinare la realtà politica, si tenta di connettere alcune osservazioni raccolte durante mesi di osservazione di interazioni virtuali e iniziare un processo di critica anche a sinistra.
Non è tutto, non è abbastanza, c’è bisogno di aprire dialogo e confronto su questi temi. Perché fuori dal virtuale, la situazione è molto più grave di una manciata di insulti nei commenti.

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